CONCETTA PRANIO: Votai Repubblica per il futuro di mio figlio
Ripubblichiamo la testimonianza di Concetta Pranio raccolta in occasione dei 65 anni della nascita della Repubblica
Il 2 giugno del 1946? E come faccio a non ricordare quel giorno e gli anni che lo precedettero?
Io e la mia famiglia eravamo arrivati a Roma nel 1943 scappando dalle nostre case, con il terrore dei bombardamenti negli occhi e nelle ossa.
La Sicilia bruciava, e la mia Catania - che era sempre rimasta a “testa alta” sotto le sbavate di lava della nostra “montagna sacra” e si era rialzata vestendosi “alla barocca” dopo un distruttivo terremoto - si sbriciolava, si “maritava” con lo scirocco e diventava polvere irrespirabile. Roma, la città della vita che nessuno doveva toccare, la città del Papa, fu il nostro miraggio di pace, serenità e rinascita.
Sogno che durò poco. Dal 19 luglio del 1943 una cinquantina di bombardamenti e poi i tedeschi che, con i fascisti sempre a fianco, arrestavano, deportavano, uccidevano. Nove mesi di terrore a nasconderci gli uni con gli altri, paura e fame, tanta fame. Poi arrivò quel caldo giorno di giugno (le cose belle accadono spesso a giugno) vedemmo con gioia entrare in città i nostri liberatori e fu festa, festa di popolo, di cioccolata, di sigarette e di pane dal colore bianco che avevamo dimenticato e che non conoscevano affatto.
Era la pace, la libertà dicevano. Ma io ero una ragazza che non doveva scendere in strada come tante altre giovani donne perché per mio padre era meglio “evitare la confusione e possibili brutti incontri”. Riuscii comunque a partecipare la gioia della Liberazione seguendo mia sorella più grande che andava col marito verso i Fori Imperiali. Fu proprio in quella confusione che lo incontrai. Lui era un giovane di un paese vicino Catania che aveva accompagnato a Roma mia nonna che non aveva voluto seguirci quando avevamo abbandonato la nostra casa e che, rimasta ormai sola (mio nonno era morto), aveva acconsentito a stabilirsi a Roma. Lui, timidissimo, nonostante le insistenze di mio padre che voleva ringraziarlo, non aveva accettato di trattenersi a pranzo. Ci disse che doveva andare da sua zia che viveva in un paese dei Castelli Romani e che sarebbe partito due giorni dopo. Erano passati più di due mesi dal loro arrivo a Roma. Che ci faceva là? Mi vide. Ero sicura che mi avesse notato, ma volse lo sguardo verso i carri che sfilavano. La folla ondeggiò alla caccia di qualcosa che era stata lanciata da un soldato e me lo trovai vicino, così vicino da avvertirne il respiro forte.
“Ma non siete partito?”.
“No – mi rispose con un tono di voce molto più sicuro di quello che avevo ascoltato la prima volta che lo avevo conosciuto – mia zia mi ha incaricato varie volte di portare delle cose a dei suoi amici di Roma e non ho avuto modo di ripartire. Che torno a fare in Sicilia? Qui si lavora, Roma è Roma e poi c’è una ragazza che ci vorrei chiedere di farsi zita”.
“Auguri, - risposi contrariata – quando volete, mia nonna avrebbe piacere di salutarvi. E dove vive questa signorina?”
“Qua vicino, in via Madonna dei Monti”
“Ah, dove abito io. La conosco?”
“Sì, siete voi, si tu!”
E così, con la gioia della Liberazione, cominciò la mia vita di moglie e, in seguito di mamma.
La primavera del ’46 Roma era bellissima colorata da un’esplosione di fiori dovunque; i Fori che durante la guerra si erano trasformati in orti, erano diventati prati di margherite che prendevano il sopravvento e coloravano colonne e capitelli sdraiati – insieme ai gatti - al sole. Le piazze si riempivano di gente che ascoltava oratori appassionati. I muri della città erano incartati. Dovunque t’invitavano: vota Repubblica per l’avvenire d’Italia; Votate lo Stellone! Viva la Monarchia; Votate per il Socialismo che redime i poveri dallo sfruttamento; Dà il tuo voto alla Democrazia cristiana, il solo partito indipendente che basando il suo programma sul Vangelo di Cristo saprà difendere i tuoi veri interessi.
Io ero presa dalla mia pancia che cresceva e pensavo che a giugno più che il referendum, il mio impegno era di far nascere mio figlio.
Anna la roscia, moglie di Nino, un comunista che affittava carrettini, mi diede un volantino del PCI e un altro dell’UDI nel quale si ricordava alle donne che avevano anch’esse diritto al voto e si rivendicava un’equa distribuzione dei generi di prima necessità, azioni per l’igiene e la salute pubblica, scuole, asili e collegi per i bimbi.
Pensai: queste sono proposte giustissime e conservai i volantini.
Arrivò quella domenica. Il caldo – almeno per me che avevo il pancione e contavo i giorni mancanti al parto - era insopportabile. Mio marito andò presto a votare. Tornò dopo quattro ore e mi raccontò di file chilometriche, di spinte, di persone che si erano sentite male. Secondo lui – che diceva di aver votato Monarchia per paura del caos - non era il caso di avventurarsi tra la folla. Anche i miei genitori – con i quali vivevamo in una piccolissima stanzetta dove entrava solo un letto – concordarono sulla pericolosità per me che, tra l’altro, negli ultimi giorni avvertivo dei dolori-contrazioni che m’imponevano di evitare ogni affaticamento. Mio padre per consolarmi mi disse – guardando con severità mio marito - che avrebbe votato bene anche per me: “Altro che Re e Monarchia… noi fascisti non lo siamo mai stati…altro che salto nel buio… perciò, figlia mia, aria nuova…”.
La notte dormii poco. La creatura che portavo dentro era agitata, scalciava, la mia pancia seguiva i suoi movimenti. Mi assopii con il pensiero che la “cosa” si muovesse in quel modo dopo che avevo accettato di rimanere al “sicuro” dentro casa e mi dicesse: “È così che si è affermato il fascismo, mamma non chiuderti…”.
Il lunedì 3 giugno si votava fino alle dodici. Uscii da casa dicendo che andavo a trovare l’ostetrica - che abitava al portone di fronte il nostro – per un controllo, considerato che mancava una settimana alla fine del tempo per il parto.
Volevo vedere la gente, capire come si esercitava la democrazia. Arrivai in via Cavour. La fila era lunghissima. Mi scoraggiai. Stavo per tornare verso casa e vidi Anna la roscia. Mi venne incontro e mi chiese se avevo votato. Le risposi che avrei voluto ma non me la sentivo di stare in fila per chissà quante ore. Lei mi prese la mano e con fare risoluto cominciò a dire alla gente: “C’è una donna incinta che vo’ votà, fatela passà, senno ce sgrava er pupo qui pe’ strada… daje, famo vedé che siamo persone civili e democratiche… lassatece passà”. La folla si aprì e in un attimo mi ritrovai dove potevo esercitare per la prima volta il mio diritto (il 10 marzo del ’46 – prima volta per noi donne - non avevo votato). Non avevo documenti, li avevo lasciati a casa (non pensavo di votare). Anna la roscia garantì per me e altre persone del seggio confermarono la mia identità. Mi sentii per la prima volta importante: per quelle persone riconoscermi, garantire per me era un dovere civico; il mio voto al di là del mio orientamento, era importante.
Mi diedero due schede, una matita copiativa e mi fecero accomodare dentro la cabina numero 1. Entrai tranquilla ma come aprii la prima scheda cominciai a tremare, a sudare; mi tenni con la mano la pancia che si muoveva con lui che mi ballava la tarantella, la carezzai; mio figlio mi si acquetò dentro. Misi la croce su Repubblica e poi sul simbolo del Partito Comunista. Uscii leggera, contenta, sorrisi alla roscia, la ringraziai e, mentre ritornavamo verso casa, le dissi: “Anna, sono emozionata e contenta: ho votato Repubblica per il futuro di mio figlio!”.
Dopo pochi giorni che il Re se ne era andato in esilio in Portogallo e che furono confermati i risultati del Referendum nacque il mio primogenito, il mio figlio per la Repubblica.



