2 giugno 1946: vince la Repubblica. Ottanta anni di democrazia

2 giugno 1946: vince la Repubblica. Ottanta anni di democrazia

Il 2 giugno ricorrono gli 80 anni da quel giorno che segnò la storia del nostro Paese e gettò le basi per la riconquista di una sconosciuta democrazia.

Ha ancora senso celebrare quella giornata e la vittoria della Repubblica nel Referendum? Certamente sì. Sono convinto che rileggere la storia di un popolo, di una nazione, consenta di interpretare i fatti di ieri, il senso di quello che siamo oggi e di lavorare - con un "comune sentire" - al futuro individuale e collettivo.

Leggere la storia di ieri non è facile quando - come accade in questo primo quarto del terzo millennio - fatti incontrovertibili e documentati sono visti da "altro punto di vista" e reinterpretati, distorti, revisionati e raccontati a proprio "uso e consumo".

Qui non si tratta più d'immemoria o di danno educativo per responsabilità dei formatori che hanno disatteso la loro funzione, ma di un affastellarsi di ignoranze e falsificazioni che appalesano e nutrono il neopopulismo del capo che è asservito e “genuflesso” al Re del mondo del momento. Assistiamo, quotidianamente, a uno spettacolo che sostanzialmente non cerca solo gli applausi di un pubblico-massa sempre più distante dai "decisori" ma che, usando diversi "attori non protagonisti", mira a scardinare quelle regole della convivenza civile, quei diritti di cittadinanza, quelle garanzie di uguaglianza, quei delicati equilibri tra istituzioni democratiche che la nostra Costituzione garantisce. La nostra Carta fondamentale scritta da uomini e donne che - pur con diversi ideali, progetti, valori, visioni del mondo - avevano un comune sentire che si chiamava Italia che volevano democratica, libera, antifascista, partecipata dal popolo fondata sul lavoro e che con l’art. 11 confermava la scelta pacifista: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. 

È giusto e necessario celebrare e tornare con un forte "comune sentire", a quei giorni della Resistenza, della fine della dittatura fascista, della Liberazione e della nostra Rinascita democratica e repubblicana,  partendo dai motivi e dalle responsabilità che ridussero il nostro paese a un cumulo di macerie. Ritrovare il ruolo dei sei partiti antifascisti del CLN che segnarono la lungimiranza dei padri della nostra democrazia (De Gasperi, Nenni, Togliatti, Moro, Saragat, la Malfa, Casati, Angela Guidi Cingolani, Pertini, Bonomi, Nilde Jotti, De Nicola, Parri, Gronchi, Terracini), che - guerra in corso - mettendo da parte le loro diversità disegnarono il futuro Stato nel quale "ogni uomo dovrà essere libero".

Da quei giorni e da quel comune sentire scaturirono le decisioni per l'estensione del voto alle donne (ottanta anni dal primo voto del marzo 1946) e il proposito di dare - a guerra finita - a tutti gli italiani la possibilità di scegliere, con un referendum, quale forma istituzionale doveva avere il nostro Paese. Radici dalle quali fiorì la grande partecipazione popolare alla campagna elettorale e al voto, l'89% votò il referendum.

Fa bene rileggere lo sforzo comune per ricostruire la vita del paese, dopo venti anni di dittatura fascista e una guerra distruttiva, capire meglio il ruolo dei partiti, dell'informazione, della cultura, degli artisti, del cinema, dell'associazionismo, dei credenti e dei non credenti.

È utile anche oggi rileggere il testo dell'amnistia che il ministro della giustizia del governo De Gasperi, Palmiro Togliatti, scrisse per la pacificazione dell'Italia o la decisione approvata sempre su proposta del guardasigilli di concedere l'autonomia alla Magistratura negata negli anni della dittatura. E ancora, rileggere il ruolo dei Savoia, l'abdicazione e i proclami del "Re di maggio", l'esilio. Quanto è utile che tutti rileggano gli interventi dei componenti della commissione dei 75 (proporzionale ai gruppi parlamentari) presieduta da Meuccio Ruini e divisa in tre sottocommissioni (diritti, ordinamento, rapporti economici) che - con confronto a volte aspro - lavorò a redigere il progetto della Costituzione italiana repubblicana per presentarla (gennaio 1947)  al dibattito in aula dove il 22 dicembre 1947 fu definitivamente approvata.

In questi giorni di pace in pericolo e attacchi scomposti alle libertà e alle democrazie, dobbiamo credere in un ritorno al "comune sentire"; ricercare l'identità civile e culturale del nostro essere italiani cittadini del mondo; affermare le esigenze di conoscere le nostre radici evitando che queste rinsecchiscano nella dimenticanza, nella non conoscenza e nell'indifferenza che spesso - e la storia lo insegna - generano mostri che col tempo crescono tra l'acclamazione delle masse.

Mario Borsa, direttore del Nuovo Corriere della Sera, nel suo editoriale del 1° giugno del '46 conclude il suo appello al voto con queste parole:

...Paura di che? Del famoso salto nel buio? Lo credano i nostri lettori: il buio non è né  la repubblica né la monarchia. Il buio purtroppo, è in noi, nella nostra ignoranza, o   indifferenza, nelle nostre passioni di parte. Basterebbe avere un po' di fede in noi stessi, nelle cose e nel Paese, per vedere chiaramente, la strada da percorrere e come percorrerla. Noi non avremo nulla da temere da questa strada se sapremo tenere le mani sulla libertà che abbiamo riconquistato e se ci persuaderemo di una cosa sola: che libertà è coscienza e rispetto dei limiti.

Piero Calamandrei, uno dei padri fondatori della nostra democrazia, definisce "Miracolo della ragione" la vittoria della Repubblica nel Referendum e così scrive:

...Senza stragi, senza turbamenti, senza rancori la Repubblica è nata in Italia... Per un istante possiamo fermarci ed essere contenti di noi: non guardare gli infiniti lutti che sono alle nostre spalle, l'infinito lavoro di ricostruzione che è nel nostro avvenire. […] Ecco la nostra repubblica non improvvisata, non balzata su in un giorno di torbida passione: Repubblica voluta, forzata, meditata, ragionata, paziente. […]Una Repubblica nata così è destinata a durare nei secoli.

Ancora oggi hanno ragione Borsa, Calamandrei e tanti altri protagonisti di quella trasformazione democratica: il buio è nella nostra ignoranza e la luce sta nell'infinito lavoro di ricostruzione - che ancora oggi dobbiamo compiere lasciando fuori interessi di parte e prevaricazioni - come fecero gli italiani in quel giugno di ottanta anni fa.

L'interesse collettivo vive nel comune sentire e nella consapevolezza che "ora e sempre" la libertà sta nella coscienza e nel rispetto dei limiti della nostra Costituzione che può essere modificata e modificabile ma "senza mettere in forse quei principi e quella sintesi così comprensiva e limpida dei diritti di libertà, dei diritti e dei doveri civili, sociali e politici, che la Costituzione nella sua prima parte ha sancito". Con questa storia e con questi valori - anche ad ottanta anni da quel 2 giugno del 1946 - è tempo di tornare alla partecipazione e "bella politica" per il bene comune.

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