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Albano Laziale: tra papi e invasori. Dissertazioni a episodi sulla città, e relativi itinerari paesaggistici e storici.

Albano Laziale: tra papi e invasori. Dissertazioni a episodi sulla città, e relativi itinerari paesaggistici e storici.

Episodio 4 –

Le vicende storiche di Albano non restarono, come ovvio, fuori dal contesto generale della Storia delle varie epoche attraversate, che, in generale, ebbero disastrosi risultati per le popolazioni locali, ed investirono, esaltando o distruggendo, poteri, perfino quelli dell’autorità’ somma della Chiesa di Roma che, tra Papi ed Antipapi, soffrì sconquassi, anche dottrinari, dietro i quali, talora, si nascondevano più vili ed umani interessi.

Così nel 1099 l’Antipapa Guiberto si rifugiò in Albano donde fu cacciato dal Papa Pasquale II con l’aiuto delle truppe Romane. Né miglior sorte toccò all’Antipapa Anacleto che stette in Albano con il favore e sotto la protezione della popolazione locale finché non fu sconfitto e deposto, e la città tornò nel potere della Chiesa e del legittimo Pontefice, Innocenzo II che, a scanso di ulteriori sconvolgimenti, la sottomise alla potestà vescovile di suo fratello, Pietro Papareschi (1143). E poiché non c’è due senza tre, secondo il detto popolare, l’invincibile Federico Barbarossa portandosi dietro il terzo Antipapa, Alessandro III, si vendicò teutonicamente, cioè con le immancabili distruzioni, dei Comuni e dei Baroni del Lazio che lo avevano contestato: le città, i luoghi e le popolazioni albanensi, tuscolane e tiburtine ne subirono le devastanti conseguenze (1168).

Tanto per non estraniarsi dalle malevoli e maligne situazioni della Storia, Albano godé dell’esercizio del potere dei Signori di Castel Gandolfo, che per essere familiari di Onorio III si sentivano autorizzati all’esercizio esclusivo degli abusi generalizzati. Ciò malgrado la sede Vescovile fu retta da Cardinali Vescovi di grande prestigio ed autorità morale: San Bonaventura tra il 1272 ed il 1274 anno della sua morte, e Ludovico Altieri, che vi morì nell’agosto del 1867, colpito dalla infezione colerica contratta nell’opera di soccorso e sollievo agli ammalati bisognosi.

Non fossero bastate le invasioni già accennate dei Goti, dei Vandali, degli Eruli, degli Ostrogoti, e le incursioni Saracene, nel 1378 Albano soffrì una veloce ma pur sempre micidiale scorreria di mercenari bretoni. Alcuni secoli dopo non mancarono altre occupazioni, certamente non ferocemente distruttive ne’ così micidiali per le sorti della popolazione: francesi, napoletani, piemontesi; questi ultimi nel corso delle operazioni per la conquista di Roma.

Un balzo indietro, al secolo XV, quando Albano subì una pressoché totale distruzione a causa delle lotte tra il Papato (Eugenio IV e Sisto IV) ed alcuni Principi Romani, che, di volta in volta, regolavano i conti tra loro, Orsini - Colonna - Savelli e vari patriziati a loro collegati. Tra le usuali immancabili conseguenze Albano fu “ruinata” nel 1482 dalle soldataglie di Paolo Orsini. Ci pensò Papa Borgia, Alessandro VI; famigerato padre di famigerati figli, a mettere d’accordo gli altrettanto famigerati e rissosi Principi, confiscando senza troppi riguardi beni e patrimoni.

Esaurite altre e più trascurabili vicende, Albano prestò giuramento di fedeltà al Papa ed allo Stato Pontificio, che mantenne sino al 20 Settembre 1870. Naturalmente con l’eccezione o parentesi del periodo della Rivoluzione Francese, durante la quale governi, monarchi, antichi e recenti privilegi, saltavano in un balletto sui ritmi della “carmagnola” cantata dalla plebe parigina e, poi della “marsigliese” suonate dalle fanfare repubblicane del generale Bonaparte, entrambe e presto sostituite dalle cannonate imperiali di Napoleone I.


pio vi


In quella parentesi, ufficialmente chiusa con il Congresso di Vienna (1815) avvenne di tutto e di più: la repubblica giacobina Franco-Romana, perfino la deportazione di 2 pontefici tratti manu militare dal Quirinale e tradotti in Francia.

Il primo fu Pio VI (Giovanni Angelo Braschi), condotto a Valence ove morì nel 1799.


pio vii


Stessa sorte ebbe il suo successore Pio VII (Barnaba Chiaramonti), portato in esilio a Savona e poi a Fontainbleau donde tornò trionfalmente a Roma e qui morendo, nel 1823 lasciò ai suoi successori il grave compito di guidare la Chiesa, lo Stato Pontificio e correlativo potere temporale, tra eventi piuttosto vivaci, con le schioppettate della Repubblica Romana (1848/49), le cospirazioni mazziniane, la breccia di Porta Pia (1870) e, già all’orizzonte, le nubi della “questione romana”.

Divagando, a soddisfazione della curiosità dei moderni o dei cinefili, è almeno opportuno, qui, ricordare il magistrale cammeo donato dall’interpretazione di Paolo Stoppa e portato alla conoscenza popolare da Mario Monicelli nel suo film “Il marchese del Grillo”: allorquando pronuncia la celebre frase “Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo.” che Pio VII diede in risposta all'ufficiale napoleonico che, entrato al Quirinale, gli intimò di cedere alla Francia i territori dello Stato Pontificio.


albero della liberta


In quella parentesi occorre ricordare, per dovere e rispetto, oltre la menzionata deportazione di due Pontefici, la resistenza di Albano alle prepotenze francesi, malgrado la città, come altre del territorio, avesse alzato l’albero della libertà, e citare il rifiuto di gran parte del clero a sottoscrivere atto di giuramento al governo Franco/Napoleonico.

Per la qual cosa subirono la deportazione:

- Canonico Fabi Luigi di Ariccia-Albano;

- Canonico Pezzi Tommaso della Cattedrale di Albano;

- Canonico Loberti Giovanni Battista della Cattedrale di Albano;

- Arciprete Leuci Giovanni Battista della Cattedrale di Albano;

- Canonico Iacobini Giovanni Battista della Cattedrale di Albano;

e molti altri sacerdoti della diocesi, così desunti dal “Diario” di G.B. Loberti “Viaggio o sia deportazione da Albano fino a Piacenza, poi a Parma, da Parma a Bastia, Corsica, ed in Calvi”.

Un cenno, direi extra moenia: fra i sacerdoti deportati ma appartenenti alla diocesi di Roma, due nomi di rilievo: Gaspare del Bufalo (Santo) e Lucantonio Benedetti, autore di un diario “di deportato”, che conclude con una personale statistica: “Tutti i deportati ascendono a 1177; morti a tutto Dicembre 1813 n°58”.


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